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Elce Magazine

A SANT’ANTUON MASCKUR E SUON

2026-03-06 09:15

Viola Nigro

Borghi,

A SANT’ANTUON MASCKUR E SUON

a cura di Tino BaldassarroPresidente PROLOCO - Deliceto

a cura di Tino Baldassarro

Presidente PROLOCO - Deliceto

 

 

Il 17 gennaio, giorno dedicato a Sant’Antonio Abate, non segna soltanto una ricorrenza religiosa molto sentita e legata ai riti dei falò e alla benedizione degli animali. Nella tradizione popolare rappresenta anche l’inizio ufficiale del Carnevale

Non a caso, un antico detto delicetano recita: A Sant’Antuon masckur e suon, a Sant’Antonio maschere e musica. È da qui che prende avvio il tempo della festa, della fantasia e dell’allegria, quando tra proverbi, filastrocche e usanze tramandate di generazione in generazione, la comunità riscopre il piacere di stare insieme.

Un altro proverbio avverte: “Sant'Antonio dalla barba bianca, se non nevica poco ci manca”. Con quella barba lunga e bianca come la neve, il Santo pare annunciare l’inverno nel suo pieno vigore: se non nevica nel giorno della sua festa, vuol dire che è solo questione di poco.


Protettore degli animali domestici, Sant’Antonio è celebrato in in alcune località del territorio con grandi festeggiamenti, specie dove è Patrono. La leggenda narra tradizione che sia sceso fin nelle profondità dell’inferno per liberare dal fuoco le anime dei peccatori: forse è per questo che i falò ardono in suo onore.

Anche Deliceto custodisce la sua memoria: nell’omonima cappella privata della nobile famiglia Maffei, incastonata nel palazzo all’angolo tra Corso Regina Margherita e Vico Alfieri, si conserva una preziosa statua lignea del Santo. Un piccolo tesoro che veglia silenzioso sul paese e sulle sue tradizioni.

 

Ma tornando al nostro Carnevale, una delle filastrocche più amate, tramandata di generazione in generazione, resta sempre lei:

“Carnuvel carnuvalicch, ramm nu pok r’ salzicchij e s’ n’ m’n’vuo’ rè ca s’ pozzn mbractè.”

Un detto antico, nato in un tempo in cui non c’erano tavole imbandite di ogni ben di Dio e le vere protagoniste del periodo erano loro: le salsicce fresche.

Già, le salsicce! Era usanza nel passato “sacrificare” il divin porcellino prima che finisse il Carnevale, perché - come si diceva -  “s’ nò fra poc’ tres’ la quaresm e la carn n s’ puot mangè”. Con l’arrivo della Quaresima la carne spariva dalle tavole, e allora tanto valeva onorarla fino in fondo, nel rispetto delle tradizioni. Forse un tempo si era più ligi alle tradizioni, mentre oggi, ahimè, non si bada più a tanto. Eppure, quella filastrocca continua a risuonare, viva più che mai.

Ricevere un pezzo di salsiccia era un dono prezioso, quasi un trofeo. Non c’erano grandi alternative: qualche castagna, un po’ di noci, qualche “mledd” di propria produzione. E bastava così. Quel pezzo di salsiccia aveva il sapore della festa, della semplicità, della genuinità.

Oggi, oltre all’eventuale salsiccia (che resta sempre gradita p’fè lu’ scuscitt!), si guarda anche alla moneta, ai dolci confezionati, a qualcosa in più. Segno dei tempi che cambiano, certo. Ma forse, insieme alle richieste, si è un po’ assottigliato quello spirito essenziale che rendeva tutto più autentico.

 

Anche i modi di festeggiare erano diversi. Un tempo bastava davvero poco: il viso annerito con il carbone, un abito “preso in prestito” dall’armadio dei grandi, i ragazzi travestiti da adulti o da donna, e la magia era fatta. Con un cartoncino ritagliato alla buona nasceva una maschera alla Zorro, sufficiente a sentirsi misteriosi e irriconoscibili. Niente sfarzi, niente corsa al costume più costoso per gridare “guardatemi!”.

Si sfilava lo stesso, magari in modo spartano, ma con un entusiasmo autentico. Perché ciò che contava non era stupire, ma divertirsi e far divertire. E in quella semplicità, forse, c’era un Carnevale ancora più vero.

Le meningi, quelle sì, venivano messe davvero alla prova. Ci si ingegnava per fare meglio degli altri, ma con quello che si aveva in casa. I coriandoli? Nessuna busta pronta comprata al supermercato: bastavano vecchi giornali pazientemente sminuzzati a mano, foglio dopo foglio, fino a riempire sacchetti improvvisati. Altro che tecnologia e effetti speciali: lì era la fantasia a comandare, e ogni pezzettino di carta lanciato in aria aveva il sapore dell’impegno e della creatività.

 

Era un tempo in cui persino un asino, ingegnosamente agghindato, poteva diventare protagonista e dare lustro al corteo. Tra i costumi più gettonati spiccavano gli abiti da religioso e, per l’occasione, anche “quelli veri” chiudevano bonariamente un occhio, comprendendo che il Carnevale è, da sempre, il tempo dello scherzo e della leggerezza.

 

Deliceto può vantare personaggi che hanno fatto la storia del suo Carnevale: figure che, pur sfidando qualche critica, con il loro inconfondibile savoir faire si mettevano puntualmente in gioco, regalando sorrisi e momenti indimenticabili. Come non ricordare i compianti Ninucc’ Cofn, Rocco Infante, Carmelino D’Emilio e la storica Orchestrina Palermo, sempre pronti a dare ritmo e colore alla festa. E con loro l’immancabile Michele Tarallo, nelle irresistibili vesti di “Nunzio Filogamo”, capace di animare il pubblico con ironia e presenza scenica.

Erano loro l’anima di un Carnevale forse meno patinato, ma incredibilmente vivo.

 

Deliceto, certo, non è Viareggio né Putignano, che vantano Carnevali tra i più celebri d’Italia. Ma la creatività qui non è mai mancata.

Resta memorabile il Carnevale del 1975, organizzato dalla nascente Pro Loco insieme alle parrocchie, con il contributo delle Suore e di tanti cittadini che misero entusiasmo e talento al servizio della comunità. Un paese intero coinvolto, senza grandi mezzi ma con grande cuore e volontà.

 

Oggi, dopo un periodo di pausa, la tradizione è stata riproposta in chiave moderna grazie al gruppo Skaria e ad altri volontari. Segno che il filo della memoria non si è spezzato.

In fondo, il Carnevale è sempre esistito e sempre esisterà. Per qualche ora si mettono da parte le preoccupazioni e si torna a ridere insieme.

Perché “A Sant’Antuon masckur e suon” non è solo un detto: è un invito. A ricordare, a tramandare, a custodire. Con un pizzico di storia, un po’ di ironia, e tanta voglia di comunità.